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  • dott.ssa Sara Rizzi

Mindfulness e Depressione: liberarsi dagli automatismi depressivi

Aggiornamento: 1 feb 2021

(Cos’è la Mindfulness? Per scoprirlo, leggi prima qui)


I sintomi della depressione

I disturbi depressivi sono attualmente considerati la prima causa di disabilità al mondo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il più grave e più comune di essi, la Depressione Maggiore, consiste in tristezza cronica, senso di vuoto, perdita di speranza e di interessi, significativa diminuzione o aumento ponderali, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotori, senso cronico di affaticamento e diminuita capacità di attenzione e concentrazione, difficoltà a iniziare le attività e a prendere decisioni, pensieri ricorrenti di colpa, di mancanza di valore, e riguardanti la morte ed il suicidio. Il Disturbo Depressivo Maggiore colpisce in Italia il 10,1% della popolazione adulta, circa sei milioni di persone.


Il pericolo delle recidive

Oltre alla sintomatologia, questo disturbo è reso particolarmente insidioso dall’alta ricorrenza delle recidive, ovvero nuovi episodi acuti che avvengono in seguito alla raggiunta guarigione; la persona subisce quindi un primo episodio depressivo acuto, in seguito una fase cosìddetta "sub-acuta", poi una sorta di convalescenza più o meno duratura, e infine torna gradualmente ad uno stato simile a quello precedente l'episodio acuto, raggiungendo la guarigione. La recidiva è un nuovo episodio acuto che insorge in fase di guarigione, a distanza anche di anni dall'episodio acuto precedente (a differenza della ricaduta, che avviene per definizione o in fase sub-acuta o in convalescenza).

Il trattamento farmacologico sembra infatti avere effetti mediocri sulla fase acuta, ma scarsa o nessuna efficacia a lungo termine; le recidive si presentano con incidenza decisamente alta, tra il 50 e il 78%, percentuali destinate a crescere a seguito di secondi e terzi episodi acuti, rendendo la depressione un disturbo cronico da cui diventa sempre più difficile uscire.


Gli automatismi depressivi

Secondo diversi autori, la nascita di un episodio depressivo (sia questo un esordio o una recidiva) è data, tra le altre cose, da alcune modalità di pensiero disfunzionali. Queste modalità di pensiero sono aumatismi, e ciò significa che si attivano autonomamente, senza la nostra intenzione e al di fuori del nostro controllo (e, spesso, al di fuori anche della nostra consapevolezza). Gli automatismi disfunzionali, in questo caso depressivi, sono diversi; tra i principali troviamo le credenze patogene depressive e pensieri ruminativi.

Le credenze patogene depressive ruotano solitamente attorno al nostro valore come persona, e sono formulate nella nostra mente grossomodo come “se non piaccio agli altri, non ho valore: devo cercare di piacere a tutti”, “se non raggiungo gli stessi obiettivi degli altri, significa che valgo meno di loro”, e così via. I pensieri ruminativi invece compaiono quando ci incaponiamo su uno stesso evento, ricordo o pensiero rigirandolo continuamente ed ossessivamente nella nostra mente, mantenendo così viva l’angoscia e rimanendo aggrappati al dolore che questo pensiero ci causa. I pensieri ruminativi partono in realtà dall’erronea percezione della situazione come un problema da risolvere, e hanno l’obiettivo di analizzare il “problema” finché non si trova una soluzione; purtroppo però nella maggior parte dei casi non c’è alcuna soluzione all’evento accaduto o alla situazione, per cui si rimane incastrati in circoli di pensieri rimurginanti e spiacevoli, mantenendo attiva l’emozione negativa, solitamente la tristezza. Il vissuto emotivo spiacevole, a sua volta, facilita l’insorgere di pensieri coerenti con l’emozione che si sta provando: se sono triste, facilmente i pensieri ed i ricordi che saranno più facilmente attivati nella mia mente sono quelli tristi, che a loro volta influenzeranno il mio vissuto emotivo esasperando la mia tristezza come benzina sul fuoco; questo sembra essere il meccanismo, secondo la psicologia moderna, alla base delle recidive depressive e dei disturbi dell’umore in genere.



La Mindfulness

Questi meccanismi autonomi disfunzionali sono alla base della teoria cognitivista di mantenimento per i disturbi depressivi a cui si ispirano anche Segal, Williams e Teasdale; alla ricerca di un approccio che permettesse di prevenire le recidive depressive modificando i processi interni di pensiero, i tre autori si avvicinarono al John Kabat-Zinn e al suo programma di Riduzione dello stress basata sulla Mindfulness. Il medico americano aveva infatti messo a punto un'opera di laicizzazione e occidentalizzazione della meditazione Vipassana, traducendone la pratica con "mindfulness", ovvero pienezza e presenza mentale (per una più approfondita presentazione della meditazione Mindfulness, puoi leggere questo breve articolo ). Questa consiste nel sedersi e semplicemente portare il focus attentivo al proprio respiro ed al proprio corpo; attraverso questo, si apre la possibilità di osservare, senza giudicare, ogni sensazione, emozione ed addirittura ogni pensiero che si affaccia alla nostra esperienza, istante per istante. Kabat-Zinn applicava dagli anni '70 la Mindfulness nel trattamento del dolore cronico e nella riduzione dello stress, con un successo tale da richiedere l'apertura, nel 1979, di una clinica apposita. I tre ricercatori cognitivisti collaborarono così con John Kabat-Zinn e disegnarono una versione del programma Mindfulness su misura per i disturbi depressivi. Il programma, chiamato MBRP program- Mindfulness-Based Relapse Prevention, ("Programma Basato sulla Mindfulness per la Prevenzione delle Recidive") risultò sin dal principio particolarmente efficace: dimezzando la percentuale di ricadute e recidive depressive, saltò agli occhi di numerose agenzie nazionali e internazionali, quali la NICE britannica, l’Organizzazione mondiale della Sanità e l'American Psychiatric Association che la raccomandano come terapia di prima scelta nella prevenzione delle recidive, se necessario in cosomministrazione sinergica con la terapia farmacologica standard.


Metaconsapevolezza e disidentificazione

Tra i punti di forza di quest'approccio, oltre alla cornice cognitivista di riferimento e al rigore metodologico che quest'orientamento assicura, vi è la possibilità di osservare "dall'esterno" le proprie emozioni ed i propri pensieri aumentando così la metaconsapevolezza e permettendo la dis-identificazione con i pensieri che esperiamo; questo passaggio è essenziale per la pratica terapeutica della Mindfulness, in quanto tutti tendiamo a credere di essere i pensieri che abbiamo, identificandoci anche con quelli meschini, rabbiosi e svalutanti che accomunano tutti noi. Il riconoscimento che i pensieri che abbiamo sono "solo pensieri" e non hanno una rilevanza esistenziale, permette l'accesso ad una pace e ad una tranquillità che rimangono sconosciute a molti. La metaconsapevolezza inoltre, ci permette di notare quando la nostra mente cade vittima di un bias, ovvero una distorsione cognitiva (per saperne di più, clicca qui), come la distorsione cognitiva data dalle credenze patogene, ed interrompere sul nascere il circolo vizioso depressivo.

Grazie alla consapevolezza ed alla disidentificazione nei confronti dei propri fenomeni interni, questo tipo di pratica si è rivelata particolarmente efficace, ed a basso costo, in tutto il mondo; i cambiamenti che apporta, inoltre sono tutt’altro che temporaei, in quanto permette una modificazione pastica e permanente del cervello (per una breve panoramica sulle modificazioni cerebrali indotte dalla pratica mindfulness, leggi qui). Oltre a questi fattori però, ci sono vari altri aspetti di questa particolare meditazione che sono di grande rilevanza non solo nella pratica clinica ma anche con gruppi di persone che non hanno sviluppato disturbi dell’umore: l’accettazione amorevole di sé e del prossimo, il non-giudizio, il non-attaccamento, l’aumentata consapevolezza somatica e la maggiore intelligenza emotiva che si sviluppano dopo solo 8 settimane di trattamento.




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Fonti e testi consigliati:

"Ovunque tu vada, ci sei già" e "Vivere momento per momento" di J. Kabat-Zinn

“Qui ed ora, strategie quotidiane di Mindfulness” Siege

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