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  • dott.ssa Sara Rizzi

Mindfulness e Psicologia: perché il buddhismo, perché il cognitivismo

Aggiornamento: 27 dic 2019

Dal fortunato incontro di Kabat-Zinn con tre professori di psicologia è nata la Mindfulness come strumento clinico, applicata da migliaia di psicologi e psicoterapeuti in tutto il mondo.

Come nasce il cognitivismo?

Sin dalla sua nascita, processo iniziato negli anni ’50 del secolo scorso, il cognitivismo si è più volte distinto da altre correnti psicologiche per l’orientamento strettamente empirista e l'attenzione alla metodologia della ricerca ereditate dagli autori comportamentisti. I nuovi modelli teorici cognitivisti indagavano per la prima volta i processi interni alla "scatola nera" della mente: i pensieri, il ragionamento, i ricordi e le credenze che guidano il comportamento degli esseri umani.

I processi cognitivi vennero così approfonditi dapprima con la simulazione (grazie ai primi calcolatori elettronici), e più tardi con l’osservazione resa possibile dei nuovi strumenti di indagine medica in vivo (quali la risonanza magnetica, la TAC e la PET); grazie a questi studi la psicologia cognitiva diede definitivamente l’addio al modello cibernetico della mente centrato sulla metafora "cervello-hardware e mente-software", e passò così dalla sua prima fase, quella informatica appunto, alla ‘seconda’ ondata cognitivista centrata sul modello biomedico e sui correlati neurali delle funzioni mentali. Il binomio psicologia-medicina fu particolarmente fortunato sia dal punto di vista della ricerca, sia dal punto di vista della pratica clinica.


Come nasce la Mindfulness?

Il buddhismo è un sistema di idee “aperto” nel senso che insegna a mantenere una visione relativistica di ogni opinione e convinzione; caratteristica questa che lo rende estremamente flessibile ed avvicinabile a idee ed opinioni anche molto diverse fra loro. Risulta per questo vincente nel diffondersi a livello global e soprattutto negli USA, dove grazie all’assenza di una religione radicata e centralizzata ed alla presenza di diversi gruppi etnici e culturali si è potuta sviluppare una mentalità per certi versi più aperta e relativista, meno tradizionalista di quella europea. Particolare fortuna nel Nuovo Mondo ebbe ad esempio il buddhismo Zen, che acquisì particolare seguito soprattutto a partire dagli anni ’50. Da questo decennio, sempre più americani furono coinvolti dalle pratiche meditative Zen, forse anche a causa della profonda crisi di valori e del disagio esistenziale giovanile che sorsero tra gli anni ’50 e ’60, e che resta tutt’ora un fenomeno in atto. Per questo motivo, quando Marsha Linehan consigliò a Segal, Williams e Teasdale di leggere ed incontrare John Kabat-Zinn, la cultura del buddhismo e della meditazione si stavano già facendo largo nella pratica clinica. I tre psicologi cognitivisti stavano cercando di sviluppare un modello terapeutico che riuscisse a prevenire le ricadute nei disturbi depressivi, patologia per la quale la psicoterapia cognitiva e quella farmacologica avevano già dimostrato efficacia nella fase acuta. I tre autori rimasero molto colpiti positivamente dal lavoro di Kabat-Zinn, e riconobbero nella Mindfulness quegli stessi principi che stavano ricercando per costuire la loro linea teorica. Tra questi, rilievo particolare fu dato alla possibilità di sviluppare, grazie alla loro Mindfulness Based Cognitive Therapy, quella che Teasdale per primo ha definito la modalità dell’essere, ("being mode") ovvero un modo di stare nel momento presente senza giudicare gli avvenimenti e le situazioni e, conseguentemente senza struggersi nel tentativo di cambiarli. La possibilità di sviluppare e imparare a vivere nella being mode piuttosto che nella doing mode, o modalità del fare, è un passo importante nello sviluppo della consapevolezza necessaria a comprendere come i meccanismi alla base delle ricadute depressive derivino non dall’umore depresso, come si pensava fino a qualche anno prima, ma dal riattivarsi di schemi cognitivi, emotivi e comportamentali; questi schemi, infatti, modificando la realtà percepita ed il nostro comportamento all'interno di essa, sono in grado di avverare la stessa situazione temuta (ad esempio l’opinione negativa di sé stessi o dell'ambiente sociale circostante) e peggiorare così ulteriormente l’umore. Queste dinamiche cognitivo-costruttiviste-comportamentali sono note al buddhismo da secoli, seppur ovviamente descritte con un linguaggio frutto del contesto storico e culturale della tradizione filosofica asiatica, poco fruibile quindi dal lettore occidentale.


L'incontro: perché proprio il buddhismo, e perché proprio il cognitivismo:

Uno dei motivi per cui proprio la meditazione Mindfulness è risultata così adattabile al contesto del cognitivismo clinico, è probabilmente da ricercare nel fatto che il buddhismo, tra le grandi tradizioni spirituali, è probabilmente la più adatta ad incontrare la filosofia materialista occidentale. Questo perché è semplice, ma allo stesso tempo universale: il buddhismo parla ad ogni uomo, poiché ogni uomo ha esperienza del dolore e della morte. E il mezzo per affrontare la sofferenza ed il mistero della morte risiede nella pratica della consapevolezza e nella coltivazione di una mente cosciente a sé stessa, grazie alla pratica meditativa.

Questa pratica è a tutti accessibile e tutt’altro che ascetica, poiché lavora su elementi (come il desiderio, l’aspettativa del piacere, l’avversione, l’attaccamento, il giudizio) che sono nella comune esperienza di tutti gli esseri umani. Il buddhismo, inoltre, non è legato ad alcuna simbologia, liturgia o astratta forma di spiegazione di concetti (differentemente dalle religioni occidentali, dogmatiche ed autoreferenziali); al contrario, è un sistema di idee “aperto”, in quanto insegna a mantenere una visione relativistica di ogni opinione e convinzione.

Viceversa, uno dei motivi per cui proprio il cognitivismo clinico, tra le varie correnti psicologiche, abbia potuto cogliere le potenzialità della tradizione buddhista è forse il fatto che l’approccio cognitivista non ha avuto mai leader fondatori, o scuole di riferimento abbastanza forti e centralizzate da definire cornici teoriche inattaccabili, ma al contrario si è configurato da subito come un orientamento dotato di grande libertà concettuale, in grado quindi di spaziare dalle neuroscienze, alla psicoterapia, alla robotica, alle scienze sociali, alla genetica, alla meditazione.




Bibliografia

De Cesare, G., & De Cesare, G. (2013). La meditazione Vipassana e la Psicologia cognitiva. Oriente ed occidente a confronto. Greenbooks editore.

Chiesa, A. (2011). Gli interventi basati sulla mindfulness cosa sono, come agiscono, quando utilizzarli. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

Ingram, R., Miranda, J., & Segal, Z. (1998). Cognitive vulnerability to depression. New York: Guilford.

Kabat-Zinn, J. (2005). Vivere momento per momento. Sconfiggere lo stress, il dolore, l’ansia e la malattia con la saggezza di corpo e mente. Milano: Corbaccio.

Gunaratana, H. (1995). La pratica della consapevolezza in parole semplici. Astrolabio.

Segal, Z. V., Williams, J. G., & Teasdale, J. D. (2014). Mindfulness al di là del pensiero, attraverso il pensiero. (F. Giommi, A cura di) Torino: Bollati Boringhieri.

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