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  • dott.ssa Sara Rizzi

Assertività, questa sconosciuta!

Aggiornamento: 22 nov 2020

Normalmente si confonde il significato della parola "assertività" con "sottomissione", o a volte al contrario con il "farsi rispettare". Non è proprio così, e comprendere a pieno il senso di questo termine può veramente modificare il nostro modo di rapportarci con gli altri, e anche la nostra autostima.

Partiamo da una definizione: assertività è la capacità di difendere la propria posizione o opinione, senza prevaricare né essere prevaricati da quelle altrui. Fin qui, semplicissimo!

La vera difficoltà insita nell'atteggiamento assertivo è di saper riconoscere il limite tra il dare spazio alla domanda dell'altro ed esserne prevaricati, o al contrario, tra il difendere la propria opinione e prevaricare. Il confine tra assertività, passività e aggressività è molto sottile per certi versi soggettivo; proviamo a vederlo meglio.

Una persona aggressiva è quella che tende ad imporre la propria preferenza, opinione o condizione senza rispettare la volontà o i diritti degli altri. Queste persone tendono a occupare tutto lo "spazio relazionale" con l'altro, e sono normalmente riconosciute come persone "dal carattere forte", o "determinate". Sono persone che provano frequentemente rabbia, orgoglio, disprezzo e offesa.

Una persona passiva, al contrario, è quella che tende ad abbandonare subito la propria opinione, posizione o preferenza per dare la precedenza, più o meno sistematicamente, a quella altrui. Avrà difficoltà ad esporre la propria idea e ad avanzare richieste, anche legittime, tenderà ad un funzionamento tipo "pentola a pressione" con scoppi esplosivi quando termina la pazienza intramezzati da lunghi periodi di silenzio e sopportazione. Sono persone che esperiscono frequentemente ansia, tristezza, senso di colpa, impotenza e frustrazione.

Sebbene ti sia già identificato in una di queste due categorie (probabilmente la seconda*), sappi che non è proprio così semplice: un ruolo importante lo gioca infatti il contesto, per cui potremmo anche trovarci ad essere persone aggressive al lavoro, assertive nello sport e passive in famiglia e così via. Per capire meglio su che funzionamento ti muovi, prova a pensare ad esempio a momenti in cui hai dovuto:

A. Esprimere un'opinione diversa da quella di chi stava parlando

B. Fare una richiesta e sostenerla

C. Difendere una tua scelta che viene messa in dubbio



Ora prova a pensare alle stesse situazioni, ma in un diverso contesto. Tu sei comportato/a in modo simile o sempre diverso? È stato più facile o più difficile in un contesto piuttosto che un altro? E emozionali o diverse?


Adesso aggiungiamo un fattore di complessità: l'atteggiamento relazionale

Su tanti libri di assertività potrai leggere che assertività, passività e aggressività sono stili comunicativi. Questo non è esatto. 

Atteggiamento relazionale e stile comunicativo sono due cose molto diverse: sono due piani differenti sui quali si gioca l'interazione tra due persone, e non è detto che uno stile comunicativo rispecchi l'atteggiamento relazionale. Questo “scollamento” tra stile comunicativo e atteggiamento relazionale è tipico, ad esempio, delle persone passivo-aggressive: un passivo-aggressivo userà uno stile comunicativo passivo, ma con un atteggiamento relazionale aggressivo e prevaricante: il fine è quello di imporsi, ma lo fa usando una comunicazione forzatamente ed esageratamente passiva, volta non alla vera sottomissione ma alla manipolazione. 

Tutto questo perché naturalmente, nelle interazioni tra gli esseri umani, tendono a strutturarsi delle gerarchie: siamo primati, dopotutto, e siamo programmati per far parte di un gruppo gerarchicamente ordinato. Ci sono tuttavia persone che sono più sensibili alle gerarchie, e viceversa persone che le sentono un po' meno. Prova a chiederti quale sia il tuo rapporto con le autorità (genitoriali, accademiche, lavorative o sportive) e, se ne hai, con i tuoi sottoposti e se ti viene facile o difficile porti un un assetto di cooperazione paritetica con loro o con gli altri membri del "gruppo". 

I diritti assertivi

Che tu sia una persona tendenzialmente remissiva o tendenzialmente aggressiva, ti consiglio di leggere i seguenti diritti assertivi, trattenendoti per il tempo di qualche secondo su ciascuno prima di passare al successivo. Per un esercizio un po' più strong, puoi provare a leggerne uno, chiudere gli occhi e ripeterlo a voce alta tre volte. Quelli che ti faranno emozionare maggiormente saranno quelli su cui probabilmente avrai più problemi nella quotidianità. Confermi? 

1. Hai il diritto di essere te stesso/a
2. Hai il diritto di agire in modo da difendere il tuo valore, senza ledere quello altrui
3. Hai il diritto di avere dei bisogni, anche diversi da quelli altrui
4. Hai il diritto di chiedere, senza pretendere
5. Hai il diritto di essere illogico/a, ad esempio di poter cambiare idea, senza doverti giustificare
6. Hai il diritto di non giustificare i tuoi comportamenti, se non sono stati lesivi
7. Hai il diritto di dire di no
8. Hai il diritto di dire "non lo so" o "non ho capito"
9. Hai il diritto di sbagliare, e nel caso di assumertene la responsabilità
10. Hai il diritto di valutare se vuoi impegnarti a trovare soluzioni per i problemi degli altri o se vuoi aiutare gli altri.

Come vedi, sono tutti precetti con cui è facile trovarsi in accordo. Le difficoltà sono normalmente di tre tipi:

1. Ricordarsene al momento giusto

2. Percepire il limite, da non valicare, tra assertività e passività e tra assertività e aggressività

3. Gestire le emozioni abbastanza bene da mantenere atteggiamento e comunicazione assertivi, senza alzare la voce né cedere all'insicurezza. 

Trovarsi capaci di gestire un piccolo conflitto, negoziare un compromesso o confrontarsi con delle criticità può essere un fattore importante non solo per farci apprezzare e rispettare dagli altri, ma anche per stabilizzare la nostra autostima vacillante. 

Se pensi di poter avere difficoltà, ti consiglio l'aiuto di uno psicologo con il quale lavorare sulla gestione delle emozioni, sulla sensibilità a percepire questa famosa linea di limite tra una posizione e un'altra, e sullo sviluppo di una comunicazione efficace: in breve su quello che si definisce Training Assertivo.



Un buon obiettivo potrebbe essere quello di raggiungere un funzionamento abbastanza flessibile da adattarsi al contesto, in cui mantenere una posizione assertiva che possa essere di volta in volta "colorata" con un pizzico di aggressività o passività a seconda di quello che contesto e situazione specifica richiedono; ad esempio con un capo un po’ borioso e permaloso potrebbe essere una buona soluzione avere un atteggiamento assertivo colorato di un minimo di passività, per segnalargli che non siamo in sfida con lui; con un collega paritario che tende a invadere il nostro spazio, a chiacchierare compulsivamente e che facciamo fatica a “contenere”, si potrebbe aggiungere alla nostra assertività un pelino di aggressività.

Come ultimo punto vorrei sottolineare questo concetto: assertività, passività e aggressività non sono categorie stabili e definite, ma piuttosto un continuum sul quale possiamo spostarci più o meno fluidamente, come una strana creatura trasformista. L’importante è farlo consapevolmente!

*come ho fatto a sapere che era la seconda? Semplice, normalmente le persone aggressive non sono veramente consapevoli di esserlo, ma pensano di essere assertive. Le uniche a riconoscersi quindi, sono quelle passive.

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